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Aggiornamento: 02 febbraio 2026

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L’utilizzo degli spazi pubblici. Apriamoci a possibili alternative

Febbraio 2026 - A cura di Luciano Mattevi - Ideatore e Direttore di Inquinamentoacustico.it
 

Sempre più insistentemente assistiamo all'utilizzo degli spazi pubblici destinandoli al divertimento e allo svago di gruppi di persone. Luoghi che, invece, sono sottratti a quella naturale funzione per i quali sono stati concepiti, ossia per assolvere ad una fruizione pubblica. La Carta dello spazio pubblico - elaborata della Biennale dello Spazio Pubblico in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (UN-Habitat), approvata alla conclusione della Seconda Biennale dello Spazio Pubblico del 2013, riassume un insieme di principi e linee guida per la progettazione e gestione degli spazi pubblici - definisce lo spazio pubblico come "ogni luogo di proprietà pubblica o di uso pubblico accessibile e fruibile a tutti gratuitamente o senza scopi di lucro. Ciascun spazio pubblico ha proprie caratteristiche spaziali, storiche, ambientali, sociali ed economiche" (punto 6). Da ciò ne deriva che tali spazi costituiscono un "elemento chiave del benessere individuale e sociale, i luoghi della vita collettiva delle comunità, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità, in linea con quanto espresso dalla Convenzione Europea del Paesaggio. La comunità si riconosce nei propri luoghi pubblici e persegue il miglioramento della loro qualità spaziale" (punto 7). Sta di fatto che la proprietà di tali luoghi resta in capo all’intera collettività, sebbene sia affidata agli Organi di rappresentanza la loro custodia, cura e preservazione, conferendo a loro il dovere di evitare di allontanarsi da tali ambiti di responsabilità o, peggio, abdicare al loro ruolo che, in certi casi, appare perfino convivente, qualora non intervengano per contenere quei comportamenti eccessivamente veementi e responsabili del loro degrado.

Parrebbe, quindi, fin troppo facile riuscire a comprendere che "l’esigenza allo svago degli uni cessa quanto inizia il diritto al riposo degli altri" (massima dottrinale), tuttavia ci si ostina a dipanare queste questioni nell’ambito delle azioni di Diritto assunte davanti alle Autorità civili o penali che fanno ritornare alla luce il richiamo a tale gerarchia di responsabilità nell'ambito degli Enti locali, in primis dei Comuni (vedasi al riguardo il recente articolo dell'Avv. Bridi dal titolo "Ecco che anche Milano si scuote per un problema grave per la Salute delle persone"), ai quali viene rimessa la responsabilità anche di natura risarcitoria per i danni arrecati da siffatti negativi comportamenti.

Pur tuttavia, perdurano le accese contrapposizioni tra i fautori di spazi nei quali le persone possano radunarsi, giustificati dall’esigenza di svago, e quelli che, a ridosso di tali luoghi, lavorano, studiano e necessitano di fruire delle più elementari e normali esigenze domestiche.

Per cercare di addivenire ad un'analisi obiettiva basterebbe, semplicemente, cercare di immedesimarsi in coloro con gli è impedito o, semplicemente, ostacolato di usufruire di un bene primario, quello di dormire, senza contare l'ingente perdita di valore degli immobili. Questo consentirebbe di arrivare a meglio soppesare le esigenze di coloro che avanzano le pretese del divertimento, fra le cui pieghe rischiano, in certi casi, di annidarsi ben altri interessi, anche di natura economica. Infatti, in molti dei casi portati all’attenzione delle cronache, gli spazi pubblici costituiscono un'appetibile propaggine degli spazi utilizzati dagli operatori che possono in tal modo usufruire anche dello spazio pubblico per soddisfare le loro utenze, utilizzando le piazze o la pubblica via. Inoltre, per rendere ancora più appetibile questa attrattiva, viene spesso servita la diffusione di musica ad alto volume. A tal riguardo, la relazione che lega i volumi della musica al il consumo di alcool è nota oramai da tempo. Infatti, stando ai risultati di diverse ricerche, v'è una chiara correlazione tra il volume della musica ed il consumo di alcol, osservando che: più alto è il volume, più si beve. Tra questi, spicca lo studio condotto da Nicholas Guegen assieme ai colleghi dell’Università della Bretagna del Sud (Francia) i quali hanno "arruolato" 70 frequentatori abituali di discoteche francesi. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista "Alcoholism: Clinical & Experimental Research", da cui è emerso che, se normalmente il numero medio di birre o superalcolici ordinati dai ragazzi era di 2,6, con la musica più alta si passava a 3,4, con il risultato che si può essere più scoordinati, si perde il controllo delle azioni e si può essere anche più "spigliati".

Non deve perciò stupire se, arrivati a questa impulsività, possa sorgere un probabile, quanto alle volte inevitabile contrasto, tra coloro che sono costretti a chiudere le finestre, specie nella stagione calda, pur se questo non basta per cercare di proteggersi dal rumore che viene dall’esterno, a causa dei comportamenti di color che, spesso, appaiono poco rispettosi del vivere civile e delle altrui esigenze. Pare, infatti, non si voglia prendere consapevolezza che, in quegli stessi luoghi, non ci sono solo coloro che il rumore lo generano, bensì anche coloro che quello stesso rumore, ahimè, e loro malgrado sono costretti a subirlo. Ciò dal momento che “vivere il centro storico non significa essere obbligati a sopportare rumori eccessivi, né accettare che la socialità si trasformi in confusione. Un centro può essere vivo, accogliente e frequentato senza superare i limiti di legge e senza diventare una “caciara” permanente. Il problema non è la musica. Il problema non sono gli eventi. Il problema è il volume” - tratto dall’articolo "La città è di tutti, non di chi fa più rumore".

Il Rumore può certamente costituire un fattore di degrado di un ambiente, oltreché uno dei motivi per far allontanare le persone da quei luoghi. Per questo ciascuno di noi, nessuno escluso, compete il ruolo di impegnarsi per cercare di limitare le cause del degrado e, di conseguenza, agevolare un riavvicinamento di quelle persone che conservano esigenze diverse, dacché "i suoni hanno un valore etico" (Albert Mayr). Ciò per ricostruire quella "composizione di suoni" fatta anche di innumerevoli sorgenti antropiche, le quali necessitano tuttavia di esprimere un loro "giusto volume", affinché riescano a comporre l’ambiente sonoro nel quale viviamo. Per questo, cresce sempre più l’esigenza di disporre di figure responsabili ed autorevoli, al posto di quelle compiacenti, se non addirittura silenti, evitando di far crescente il disagio per non aver fatto osservare le più basilari regole di civile convivenza, poiché "il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce" (Tucidide).

 

 

 

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