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Quale prezzo date al silenzio?
Agosto 2006 - A cura di Luciano Mattevi
 

Generalmente siamo molto attenti nell’associare ad un bene il giusto prezzo, ad esempio nell’acquisto di un’automobile, di un viaggio o di un servizio, mentre ci troviamo in difficoltà allorquando dobbiamo stimare un’emozione, uno stato d’animo o, in altri termini, una generale condizione di benessere.

Questi fattori emotivi, hanno per ognuno di noi significati e ordine d’importanza diversi tanto che, per la medesima condizione, possono essere associati valori differenti, a seconda dello stato sociale, della condizione psicofisica, del livello culturale e altro ancora.

Diversamente, quando siamo posti davanti ad una scelta contrapposta, ecco che non abbiamo più dubbi su quale delle due condizioni accettare. Per esempio, fra avere tanti soldi ed essere povero, molti sceglierebbero la prima condizione, pochi, anzi nessuno, si contenterebbe della seconda. Così pure, fra vivere in un ambiente silenzioso anziché in uno rumoroso, le risposte, credo, avrebbero ugual esito. Gran parte della popolazione italiana ed europea, malgrado ciò, vive ancor oggi in luoghi esposti a livelli ben superiori a 65 dB(A), soglia sopra la quale i livelli di rumorosità sono considerati, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), inaccettabili.

Di certo bisogna riconoscere che l’ambiente in cui viviamo è stato profondamente modificato nell’arco di pochi decenni, tanto che, chi fino a poco tempo fa viveva alla periferia di una città, oggi si trova fagocitato all’interno di un addensamento urbano, con arterie stradali di scorrimento e flussi veicolari di anno in anno sempre maggiori. Lo sviluppo, in questi casi, ha avuto scarsa attenzione della popolazione investita dall’onda evolutiva, cosicché l’ambiente attorno a loro è stato modificato senza che questi possano fare nulla, o quasi, per evitarlo. Per questo, è sì necessario saper programmare il nostro futuro ma è oltremodo essenziale impegnarsi per mantenere ferme, a lungo, le ragioni che lo hanno fomentato.

Da anni sventolano slogan con i quali si invita a definire strategie di sviluppo eco-sostenibili, attraverso cui far crescere la società in armonia e nella preservazione dell’ambiente in cui viviamo. Purtroppo, tali presupposti si scontrano spesso con logiche di profitto ed interessi economici che, a detta di chi li sostiene, si contrappongono allo sviluppo e alla crescita di un paese.

Al riguardo, desidero esporre una piccola vicenda personale. Nei primi giorni di giugno ho compiuto un viaggio all’estero, in Olanda e Danimarca, due Paesi da molti considerati modelli da seguire, sia in materia di gestione delle risorse ambientali che di quelle sociali. Premetto che a me non piacciono le persone che sparlano del proprio Paese e ancor meno quelle che non fanno nulla per migliorarlo, anche se sono fermamente convinto che sia necessario prendere spunto ed esempio da chi riesce a fare le cose, semplicemente, meglio.

L’Olanda è certo nota per la fitta rete di piste ciclabili all’esterno, e ancor più all’interno, dei centri urbani. Le persone, d’ogni età, sesso, stato sociale, utilizzano questo mezzo ecologico e silenzioso per recarsi al lavoro, per andare a fare la spesa o per svago. Di conseguenza, il numero di automobili circolanti è minore, a tutto vantaggio della salubrità dell’ambiente cittadino.

Altra realtà, Copenaghen, capitale della Danimarca, fu la prima città al mondo, nel 1962, a creare una zona pedonale chiusa alle automobili, così da mantenerla pulita da smog e tranquilla da rumori anche per l’assenza di grandi impianti industriali nella zona.

Sono molti quelli che sostengono impossibile, improponibile, antieconomico l’estensione di simili modelli in Italia, credo che chi afferma questo siano persone che hanno smesso di sognare ma, a volte, i sogni di molti possono diventare la realtà di domani.

 

 

 

 

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