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Il risanamento del rumore in momenti di crisi economica

Novembre 2009 - A cura di Luciano Mattevi
 

La crisi economica che sta colpendo l’economia mondiale in questi mesi ha calato un ombra sui programmi futuri e suscitato forti perplessità circa le priorità che il nostro Paese si era prefissato non meno di qualche anno fa.

L’aumento dei disoccupati, un debito pubblico che pare inarrestabile e la conseguente restrizione della finanza pubblica stanno pregiudicando gli impegni in campo sociale e, per quel che ci riguarda, quelli in campo ambientale.

Le recenti disposizioni nazionali e comunitarie, quali quelle legate all'applicazione del D.Lgs. n. 194/95 emanato in attuazione della direttiva 2002/49/CE relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale, impongono l’avvio di opere di contenimento del rumore prodotto dalle infrastrutture stradali e ferroviarie, essendo queste le principali cause di disturbo da rumore cui è esposta la popolazione europea. Tali interventi, posti a carico dei gestori, necessitano tuttavia di cospicui capitali, specie in Paesi come l’Italia nei quali la strada della prevenzione del rumore va avanti a singhiozzo.

Aver consentito l’edificazione di edifici ad uso abitativo a ridosso di strade e ferrovie durante il boom edilizio degli anni 2000 ci espone oggi ad un’importante opera di mitigazione, certamente superiore a quanti, invece, hanno vincolato l'espansione edilizia a criteri di tutela e protezione nei confronti della popolazione esposta al rumore. Tale opera di risanamento si pone, tuttavia, in un contesto difficile e con un indice di priorità non certo fra i più elevati, giacché per uscire dalla crisi sono necessari investimenti nell’innovazione e nel recupero di una rete ferroviaria sempre più distante dagli standard di qualità oramai raggiunti in molti Paesi europei.

Ma allora che fare? Risanare dal rumore o crescere in efficienza e tecnologia? La risposta non è semplice quanto scontata. Di certo non v’è crescita senza rispetto e consapevolezza che il progresso deve essere a servizio delle collettività e non viceversa, nel qual caso si innescherebbe una spirale negativa dalle irreparabili conseguenze, peraltro già viste nel corso degli anni ’60 e ’70, allorquando processi produttivi privi di adeguate regole ambientali hanno portato al declino di molte aree italiane, ancor oggi degradate.

Innovare, proteggendo quanti vivono quotidianamente il senso di sofferenza nel dover “sopportare” il disagio del rumore prodotto da una strada, da una linea ferroviaria o, magari, da un aeroporto, è una necessità sociale, prima ancora che un dovere istituzionale di quanti sono chiamati a far rispettare le norme che disciplinano l’esercizio di tali attività.

I recenti dissesti finanziari ci hanno fatto ricordare che la crescita economica, nel mondo reale, non può essere infinita; di conseguenza, quando le condizioni economiche lo permettono, è necessario accantonare risorse sufficienti per sopperire ai momenti di crisi; aspetti questi che ci venivano narrati, quando eravamo piccoli, dai nostri nonni e che mai come oggi si stanno dimostrando ancora validi.

La Svizzera, ad esempio, ha introdotto da tempo un’imposta sui carburanti da destinare alle opere di contenimento del rumore da traffico stradale, rifacendosi al principio di “Chi inquina paga”, i cui interventi sono legati ad una valutazione del rapporto costi/benefici, la quale deve mantenersi entro certi parametri di sostenibilità ed efficacia.

Purtroppo in Italia una soluzione simile a quella elvetica pare di difficile attuazione, poiché l’accisa sui carburanti influisce già pesantemente sul prezzo alla pompa, ma potrebbe essere presa in considerazione se tale tributo venisse pulito degli oneri che gravano oramai in maniera anacronistica rispetto alle attuali esigenze.

 

 

 

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