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Il vero pericolo per l’udito arriva dall’ambiente di vita

Marzo 2010 - A cura di Luciano Mattevi
 

In questi anni è stata posta molta attenzione al problema dell’esposizione al rumore negli ambienti di lavoro, allo scopo di ridurre il rischio ipoacusia, ossia di perdita progressiva della capacità uditiva, ancor oggi la principale malattia professionale indennizzata dall’INAIL.

Gli adempimenti a carico delle aziende, fissati dal D.Lgs. n. 277/91 prima e dal D.Lgs. n. 81/08 poi, hanno permesso di diffondere il concetto di “tutela del lavoratore”, il quale necessità di operare in un ambiente sano e protetto, per mezzo di buone pratiche che contribuiscano alla riduzione dei rischi associati al rumore nei luoghi di lavoro.

L’azione combinata degli enti preposti alla verifica degli adempimenti e dei controlli periodici nelle aziende, nonché della magistratura che ha saputo imporre, assumendo un atteggiamento forse impopolare ma efficace, una forte responsabilità a carico dei soggetti trasgressori, ha permesso di far maturare, più o meno consapevolmente, la “coscienza del rumore”, prima di tutto nei confronti dei lavoratori che, inconsapevoli dei rischi cui erano esposti, hanno lavorato per anni in ambienti rumorosi, con livelli di esposizione al rumore ben superiori al limite degli 80 dB(A), soglia oltre la quale è comprovata l’insorgenza di rischi di danno all’udito. Quindi, se per quanto riguarda l’attenzione per gli ambienti di lavoro rumorosi possiamo, cautelativamente, considerarci protetti, siamo in grado di affermare la stessa cosa per gli ambienti di vita? Certamente no.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, oggi, il rischio maggiore arriva proprio da stili e abitudini di vita quotidiana inadeguati ad assicurare una sufficiente protezione di questo nostro prezioso organo, attraverso il quale possiamo comunicare, apprendere e percepire l’ambiente che ci circonda. Secondo uno studio di Colin Edwards, della School of Public Health alla Ohio State University, l’utilizzo prolungato di apparecchi per la riproduzione di musica ad alto volume aumenta il rischio di neuroma acustico, un tumore che cresce lentamente e può danneggiare l'udito. Il rischio stimato, è spiegato sull'American Journal of Epidemiology, è fino a 2,25 volte maggiore per chi si espone al rumore rispetto a chi non è esposto ad esso.

Per quanto riguarda i problemi di casa nostra, in un recente studio dell’Associazione dei consumatori Codacons, sono emersi valori preoccupanti dei livelli di rumore cui sono esposte le persone che utilizzano la metropolitana a Milano, i cui valori di picco superano i 100 dB. Una vicenda che è stata presentata al vaglio della Magistratura milanese e che dovrebbe essere esaminata nei prossimi mesi. Ma gli esempi potrebbero andare avanti, con quanti percorrono a piedi le vie di città con intensi volumi di traffico, specie di veicoli pesanti, o quanti, giovani soprattutto, guidano il motorino con silenziatori non omologati e, magari, senza la protezione del casco. Non dobbiamo trascurare, inoltre, quei pubblici esercizi in cui la musica viene diffusa ad alto volume, quali discoteche e pub, che contraddistinguono la movida nelle nostre città. A tal proposito basti pensare che solo 15 minuti di esposizione a 100 dB, corrispondono ad un livello di esposizione media giornaliera sulle 8 ore pari a ben 85 dB. Pertanto, se durante l’attività produttiva il lavoratore è protetto dal rischio ipoacusia, nella restante parte della giornata, corrispondente ad oltre i 2/3 del tempo, lo stesso soggetto può essere esposto a livelli di rumore tali da poter danneggiare irreparabilmente l’udito.

Risulta assai difficile, a posteriori, effettuare una corretta anamnesi lavorativa, utile per stabilire quanta parte del danno uditivo rilevato, attraverso esame audiometrico, sia da attribuire ad una scarsa protezione durante il periodo lavorativo e quanta, invece, sia da imputare ad una stile di vita ad alto rischio.

Diversi anni fa con con il mio amico ed ex collega Fabrizio Gerola abbiamo condotto una piccola sperimentazione circa l'esposizione a suoni e rumori in ambienti di vita, misurando l’esposizione ai livelli sonori in una giornata trascorsa in ufficio ed una trascorsa prevalentemente a casa (domenica di Pasqua). Le conclusioni sono state, per certi versi, sorprendenti, registrando un’esposizione a livelli sonori dell’ordine di 70 dB(A). In ogni caso, è utile considerare che i soli valori di livello sonoro non sono sempre rappresentativi di condizioni di disturbo; è infatti importante stabilire una dipendenza tra i livelli sonori e la natura delle sorgenti che li generano, integrando le valutazioni con considerazioni di tipo qualitativo oltre che quantitativo. Per quanti desiderassero approfondire le considerazioni espresse, invito a consultare la pubblicazione "Controllo della rumorosità da traffico veicolare" (documento PDF).

Non ci resta, quindi, che attendere l'emanazione della legge delega al vaglio del Governo, sancita dall’art. 11 della Legge comunitaria 7 luglio 2009, n. 88, per il riordino della disciplina in materia di inquinamento acustico, al fine di assicurare coerenza e omogeneità alla normativa del settore, con l'auspicio che possano essere inclusi degli strumenti efficaci per la lotta al rumore negli ambienti abitativi e negli ambienti esterni, a protezione della collettività e come chiara testimonianza del vivere civile.

 

 

 

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