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Gestire il rumore ambientale rappresenta il Dovere di ogni buon governo

Giugno 2013 - A cura di Luciano Mattevi e Lorenzo Rizzi


L'esposizione al rumore può essere causa di pesanti effetti negativi sulla salute dell’uomo. Già agli inizi degli anni '50 con la diffusione, su larga scala, dei processi industriali, principalmente legati ai settori metallurgici, tessili e cantieristici, vennero a manifestarsi evidenti stati di degrado fisico, principalmente legati alla presenza di marcati deficit uditivi. Ben presto l'ipoacusia divenne la prima causa di malattia professionale, assai frequentemente riscontrata in quei lavoratori che subivano, per lungo tempo, esposizione a rumori particolarmente intensi, quasi sempre accompagnati dalla mancanza di adeguati dispositivi protettivi.

Con la modernizzazione ed il diffondersi di differenti abitudini sociali, i rumori prodotti dalle attività dell'uomo si diffusero anche agli ambienti di vita, fino a quel momento, esclusi da tali forme di disagio. Oggi il rumore artificiale è così diffuso che, per molti, viene oramai considerato una parte ineludibile della nostra esistenza, dal momento che diventano rare le occasioni per poter sperimentare il "silenzio".

In un recente studio del World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Sanità), supportato dalla Commissione europea, viene posta con innegabile evidenza scientifica come il rumore possa essere fonte di un "carico di malattia" marcato che incombe su gran parte della popolazione europea che vive in agglomerati urbani. Insonnie, alterazioni del sistema cardio-circolatorio, difficoltà di apprendimenti da parte dei bambini, annoyance, sono solo alcuni dei sintomi più diffusi che vengono a manifestarsi con un'esposizione al rumore eccessiva. E allora che fare?

L'Unione europea ha assunto da tempo l'impegno di avviare una concreta politica di contrasto al rumore, includendo tale azione nel programma di politica comunitaria, maturato attraverso la stesura del Libro verde sul rumore del 4 novembre 1996, dal momento che al rumore viene riconosciuto l'ingrato primato di venir considerato come una delle principali minacce per il benessere psicofisico delle persone, al quale è dunque necessario opporre un'energica azione di contrasto, fino a quel momento limitata alla regolamentazione delle emissioni sonore ammissibili dei veicoli prevista con la direttiva 70/157/CEE del 1970.

L'impegno per maturare una progressiva riduzione del rumore ambientale si è estesa, successivamente, alla regolamentazione del rumore generato dalle infrastrutture di trasporto, le quali costituiscono ancora oggi, la principale fonte di rumore, dal rumore industriale, al quale viene ricondotta la direttiva sulla prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento (Integrated Pollution Prevention and Control-IPPC) ed il rumore generato dalle macchine e attrezzature destinate a funzionare all'aperto, disciplinato attraverso la direttiva 89/392/CEE, più conosciuta come direttiva macchine. Ma la vera svolta è rappresentata dalla direttiva 2002/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 giugno 2002 relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale, la quale circoscrive l'esposizione al rumore ambientale mediante la mappatura acustica disposta sulla base di indicatori comuni, ovvero armonizzando i differenti metodi di valutazione presenti nei regolamenti dei diversi Stati membri, favorendo nel contempo l'informazione del pubblico e l'attuazione di piani di azione a livello locale.

L'Italia ha adottato tale importantissimo dispositivo con il D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 194 recante "Attuazione della direttiva 2002/49/CE relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale". Fra le principali novità introdotte dal citato decreto vi è quella che gli oneri derivati dalla valutazione del rumore e dall'attuazione dei relativi piani di azione sono a carico dei medesimi soggetti da cui trae origine il rumore, ossia dei gestori delle infrastrutture (stradali, ferroviarie e aeroportuali), nonché delle Amministrazioni locali alle quali fanno capo gli agglomerati con più di 100 ml abitanti, mantenendo fede al principio "chi inquina paga". Ai medesimi soggetti, inoltre, spetta l'obbligo di comunicare le modalità di consultazione al pubblico degli elaborati, nonché i termini attraverso i quali è possibile disporre le relative osservazioni, pareri e memorie.

Al di là dei meri termini indicati dal menzionato decreto entro cui i predetti soggetti avrebbero dovuto disporre, per quanto di competenza, i previsti programmi di intervento, la notizia che maggiormente preoccupa è relativa all'avvenuta messa in mora dell'Italia per il mancato rispetto della citata direttiva 2002/49/CE, sopraggiunta il 25 aprile scorso, rivelando come, agli occhi degli altri partner europei, il nostro Paese risulti ancora ostico nel perseverare negli impegni comunitari assunti anche sul fronte della politica ambientale. Probabilmente, non basterà, per giustificare un simile disfattismo, addurre un semplice "abbiamo comunque fatto qualcosa" o, piuttosto, "meglio poco che niente".

I processi di gestione del rumore necessitano di profonde trasformazioni, prima fra tutte di carattere culturale, dal momento che potremo agire bene, coerentemente agli impegni assunti in sede comunitaria, solo nel momento in cui sapremo esprimere un profondo rispetto per le regole comuni. Negli ultimi giorni, si parla nei media di Europa come una "gabbia", fonte di vincoli che limitano la crescita dei singoli Stati. Nel caso che stiamo trattando è evidente, invece, che le richieste dell'Unione Europea sono utili a spingere verso un miglioramento e a una modernizzazione del nostro Paese e, soprattutto, a generare nuove e numerose opportunità di lavoro.

Come abbiamo espresso più volte, solo inserendo nuove regole basate sulla qualità si può stimolare l'industria e il mercato a richiedere nuovi tipi di professionalità oltre ad aggiornare quelle esistenti. E' evidente che il nostro Paese può eccellere solo favorendo il prodotto dell'ingegno italiano, e questo andrebbe valorizzato legandolo a un suo concetto di "sviluppo" che andiamo ad invocare, oramai, da decenni.

Applicare integralmente la direttiva 2002/49/CE significa intervenire con un progetto, di medio e lungo termine, che sappia agire su più fronti. Prima di tutto promuovendo nuovi studi fonometrici ai quali si affiancheranno nuove tecnologie sulle infrastrutture stradali (asfalti, barriere, dissuasori di velocità a chicane, etc.), nel contempo dovranno essere promossi l'utilizzo di veicoli silenziosi, quali quelli con propulsori ibridi ed elettrici, la realizzazione di piste ciclabili, oltre allo sviluppo del traffico ferroviario locale. Il lettore accorto capirà che si parla già di decine di migliaia di posti di lavoro in pochi anni, quindi di denaro che potrà essere direttamente investito nell'economia reale del Paese.

L'applicazione della direttiva, in ogni caso, deve estendersi anche a una migliore gestione dei territori comunali: a quasi 22 anni dalle prime Leggi sul rumore, gran parte dei comuni del Sud Italia non hanno ancora un piano di zonizzazione acustica, e molti comuni del Nord la posseggono ma ormai vetusta o concepita di fretta. Servono nuove linee guida, anche per aiutare le attività industriali, artigianali e musicali a lavorare meglio e al contempo migliorare la qualità della vita del Paese: se per esempio venissero promossi incentivi fiscali e finanziari a chi disturba per spostarsi in zone in cui si permette più rumore, o per realizzare opere di insonorizzazione, si daranno indirettamente molte risorse a numerose imprese edili ed a quelle specializzate nell’indotto.

Una nuova regolamentazione sui requisiti acustici passivi degli edifici, se approntata per migliorare quella esistente e vincolarne il risultato, indurrà nuove figure professionali negli studi tecnici e nelle imprese, così come a una nuova spinta tecnologica nell’industria dei materiali per l’edilizia. La gestione e miglioramento del patrimonio edilizio esistente rappresenta certamente uno delle soluzioni per il futuro dell’edilizia. Anche in questi casi si possono leggere decine di migliaia di posti di lavoro tra figure tecniche, maestranze, e spinta all’industria di supporto.

E' dunque arrivata l'ora di investire seriamente in ricerca e sviluppo, ancorché legata fermamente a risvolti pratici, sopportando chi lavora da anni nel settore di investire in modo agevolato e partecipe. L'Università è, ahimè, ancora troppo spesso vincolata a strutture rigide, che limitano l'espressione di molte forze innovative, le quali sono, sempre più frequentemente, costrette ad emigrare all’estero in cerca di maggiore fortuna.

Per evidenti ragioni, si è parlato solo di acustica, benché sia evidente che idee analoghe potranno trovare applicazione anche in altri svariati settori della tecnica e della cultura. Attendiamo, quindi, con fiducia discussioni e decisioni concrete, progetti di governo che guardino lontano a 5 o 10 anni, che puntino al cambiamento, magari contrapponendosi ai costipati stereotipi di privilegio, ma che investano nell'educazione e nella formazione professionale dei giovani per riportare il nostro Paese fra le grandi Nazioni avanzate del pianeta.

 

 

 

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